Il gioco e il fuoco

Nel pensiero di Eraclito è evidente il concetto di unitarietà espresso nel logos che tiene insieme il tutto senza che  vi sia un inizio , né un punto di arrivo: “il logos è sempre” ed esprime una regolarità di cui “gli uomini non hanno intelligenza”. Gli uomini, verrebbe da dire, non capiscono il perché e il senso del loro essere, della loro storia, del loro divenire o forse non accettano la possibilità di riconoscere  l’agire di forze infinite e inspiegabili che si celano in ogni cosa; e oggi ancora di più in quanto il progresso ci permette di dare una risposta a tutto o quasi, sia a livello macroscopico che microscopico.
Leggiamo nei manuali di filosofia che Eraclito rappresenta il logos con il fuoco che da sempre brucia e da sempre si alimenta da sé. Come riconosce Nietzsche nelle sue lezioni dedicate ai filosofi preplatonici  non sembra questa una particolare conquista di Eraclito: già Anassimandro aveva parlato di un continuo divenire secondo un processo di generazione e distruzione; e del fuoco si erano interessati poi anche i Pitagorici. Eppure, prosegue Nietzsche nelle sue lezioni, Eraclito compie un passo che dà un senso nuovo al divenire introdotto da Anassimandro: l’operare del fuoco è privo di responsabilità e motivazione e distrugge senza alcun fine premeditato e senza alcuna ragione riparatrice. Nietzsche ci aiuta a capire meglio ricorrendo all’immagine del gioco di un bambino che è un continuo di creazione e distruzione: un bimbo che crea e distrugge castelli di sabbia su di una spiaggia non ha fini né doveri particolari. Nietzsche ci insegna così che si può vivere il divenire, il finire e il fluire delle cose senza dover necessariamente trovare in esso un perché, un senso o addirittura una spiegazione morale. Le cose sono e poi non sono più; noi siamo e non siamo più, e il perché è tutto risolto in un gioco che fa essere le cose e poi non più, non vi sono altre motivazioni o ragioni, né destini particolari. Eraclito però ci insegna però anche un’altra cosa: possiamo non chiederci il perché siamo e poi non siamo più, ma non possiamo perdere la ricerca dell’unitarietà e del principio, qualcosa che c’è sempre stato e che non è stato originato da niente; senza origini.
E’ questa forse la grande eredità del pensiero greco: l’esigenza di unitarietà che ritroviamo da Talete in avanti passando per i filosofi naturalisti con la ricerca dell’unità della physis e attraverso Socrate con la fede nell’unità del pensiero logico sempre uguale in ogni luogo e tempo; in questo cammino del pensiero solo Eraclito però coglie l’unità e l’unitarietà del divenire all’ interno di una prospettiva estetica, svincolando il nascere da un fine e il perire da una colpa, quindi da un perché.

Autore: Tommaso Ledda, III Liceo Scientifico Istituto Colonna

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Un destino dopo l’ altro

“Anime effimere, ecco l’ inizio di un altro ciclo di nascite apportatrici di morte. Non un demone sceglierà voi, ma voi il vostro demone ! (…)

L’ eccellenza non ha padroni: ognuno la possiederà di più o di meno a seconda che l’ abbia onorata o trascurata. La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”

Platone – Repubblica X, 617e

Molte antiche storie si raccontano, in ogni parte del mondo, a proposito della reincarnazione, della trasmigrazione delle anime, della metempsicosi e simili. Molte religioni, dal canto loro, si fondano su idee simili. E tutte queste storie, mitiche o religiose che siano, in un modo o nell’ altro, concordano nel suggerire che non siamo venuti al mondo per la prima volta. Ci siamo già stati in passato, più e più volte, addirittura, secondo alcune di queste storie, un numero infinito di volte.

E benché tutti ammettano che di queste vite passate non abbiamo memoria alcuna, ciò non di meno, queste vite precedenti producono effetti sulla nostra vita attuale, su quello che siamo, persino su ciò che ci accade. Secondo molti di questi miti, colpe e meriti accumulati in una vita si scontano nella vita successiva; questa è la base del “karma” indiano; addirittura, nei casi gravi, la pena può essere quella di reincarnarsi in una specie inferiore, un animale più o meno abietto. In qualche caso, involontariamente, il nostro comportamento lascerebbe affiorare qualche traccia di ciò che siamo stati nelle vite precedenti.

Favole, naturalmente, prive di qualsiasi fondamento, e tuttavia abbiamo imparato ormai che i miti contengono quanto meno un sapere psicologico profondo, e dunque, anche solo per questo, sono da prendere con una certa serietà.

Cosa c’è al fondo di questo genere di idee è abbastanza chiaro. C’è è il fatto che proprio non ci riesce di rassegnarci all’ idea di essere stati gettati nel mondo senza alcun piano, che il nostro essere qui adesso, piuttosto che altrove in un altro tempo, o anche da nessuna parte, sia il puro frutto del caso, combinazione di eventi fortuiti. Non ci va giù che dietro la nostra esistenza terrena possa non esserci un progetto, un disegno, un fine e, di conseguenza, un senso.

Ancora più difficile è rassegnarsi al pensiero che torti e ragioni, colpe e meriti possano essere cancellati da un colpo di spugna, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, senza un bilancio, senza un riequilibrio, senza una resa dei conti, e senza redenzione.

“Ogni cosa sarà dimenticata, e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall’ oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse, ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.”

M. Kundera – Lo scherzo

Piace a tutti, invece, pensare alla propria vita come ad una storia, una narrazione con una trama precisa che si sviluppa in modo più o meno lineare o contorto, una narrazione con un senso compiuto se non addirittura con una morale, come se fosse un telefilm, uno sceneggiato o, come si dice adesso, un “biopic”.

E dunque, sotto a cercare i segni di questa trama, le evidenze del filo narrativo, la predestinazione, la vocazione, la chiamata, la traiettoria perfetta di un disegno tracciato con mano ferma.

Fra tutte le versioni dell’ archetipo della reincarnazione, la più raffinata (come poteva essere altrimenti ?) viene dal mondo greco, ed è il mito di Er, posto a chiusura della Repubblica, uno dei più grandiosi miti di tutti i tempi, a mio modesto parere. Non a caso Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”.

Er è un guerriero, morto in battaglia. Il suo corpo viene portato sulla pira funebre, ma in quel momento si risveglia affermando che gli dei gli hanno concesso di ritornare sulla terra reincarnato in se stesso, per raccontare ciò che ha visto nell’aldilà.

Racconta dunque che le anime dopo la morte ricevono un premio o un castigo, ma siccome le anime stesse sono in numero limitato, premi e castighi non sono eterni, durano “10 volte 100 anni”. Al termine dei 100 anni, le anime si radunano  in una grande pianura, al cospetto delle Moire, le quali tengono in grembo un gran numero di destini.  Il ministro di Lachesi getta fra le anime dei numeri, come in una specie di sorteggio, ed ogni anima prende quello che le è caduto più vicino. Il numero decide l’ ordine in cui le anime potranno scegliere il prossimo destino; tuttavia i destini sono più numerosi delle anime, per cui anche l’ ultima avrà la possibilità di scegliere.

Er racconta dunque che il primo ad essere chiamato sceglie, per ignoranza ed avidità, il destino di un tiranno, accorgendosi troppo tardi che in quel destino si troverà ad uccidere i propri figli. Invano si dispera, viene preso, immerso nel fiume Lete perché dimentichi e lanciato nel mondo. Molti altri fanno scelte infelici, in particolare coloro che non hanno, nella vita precedente, avuto esperienza del dolore; chi ha sofferto è invece assai più cauto. L’ anima di Orfeo non vuole nascere da una donna (ha i suoi motivi…) e sceglie di reincarnarsi in un cigno. Aiace sceglie di rinascere leone, Agamennone aquila, entrambi in odio per il genere umano. Per ultima arriva l’anima di Ulisse che “molto patì nell’ animo suo”. Ulisse sceglie la vita di un uomo comune, senza avventure e preoccupazioni. La stessa vita – assicura – l’ avrebbe scelta anche se fosse stato il primo ad essere chiamato.

In questa versione platonica della reincarnazione, dunque, le anime sono del tutto consapevoli della vita precedente, per quanto il ricordo possa essere un po’ offuscato per via del 1000 anni di purgatorio o paradiso. E la scelta che operano del nuovo destino, avviene proprio sulla base dell’ esperienza di vita precedente.

E l’ aspetto più interessante è che il destino successivo non viene dato a compensazione di colpe e meriti precedenti, allo scopo di riequilibrare la bilancia della giustizia, niente affatto. Colpe e meriti sono stati regolati, semmai con i 1000 anni di cui si parlava prima. Il destino successivo viene liberamente scelto da ciascuno. “La responsabilità è di chi fa la scelta; la divinità è innocente”.

Hillman usa il mito di Er come paradigma del suo “Codice dell’ anima”, dunque. E qui (come spesso accade con Hillman) le cose si fanno un po’ più intriganti. Perché l’ idea che ognuno scelga il suo destino ci lascia sanamente e razionalmente scettici. Risibile, lo ammetto.

Ma l’ idea che ciascuno venga al mondo con una “vocazione”, quella siamo davvero disposta a scartarla ?

E cos’ è la vocazione se non un modo diverso di ritornare al punto, di riproporre l’ idea testarda che dietro la nostra vita, a dispetto di tutto e di tutti, ci sia davvero un progetto, addirittura un progetto che ci precede e ci trascende, e finanche, a volte, ci travolge ?

Naturalismo fisio/logico…


Questo lógos (…) gli uomini non lo capiscono,  né prima né dopo averlo ascoltato;

benché (…) tutte le cose accadano secondo lo stesso lógos.

Eraclito

Siete proprio fissati con questa storia della Creazione, vero ?

Se qualcosa c’è, allora deve essere stato creato. E se c’è la Creazione, allora deve esserci per forza un Creatore, giusto ?

E allora, tutti a fare i salti mortali per salvare capra e cavoli, compresi gli scienziati, anche se da loro mi sarei aspettato un po’ più di criterio…

Cosa c’è all’ origine dell’ universo ? Il big bang. E prima, cosa c’ era ? Vedete, è più forte di voi. Se c’è un big bang, se da un fagiolo cosmico è venuto fuori il Tutto, allora quel fagiolo qualcuno deve pur averlo creato, ed allora tutti ad impazzire per cercare che cosa c’ era prima del big bang, come se non fosse stato messo lì apposta per cancellare le tracce. Non la volete proprio capire, insomma.

Eppure, non è poi così difficile, e qualcuno dei vostri c’ era andato anche piuttosto vicino, un po’ di tempo fa, quando eravate più giovani e svegli.

L’ essere è, il non essere non è. Ve lo ricordate ? Ma qui non si parla dell’ essere come cosa, questo tavolo, questa sedia o quel che avete sotto mano in questo preciso istante. No. L’ essere come origine e sostanza, causa e principio di tutte le cose. Di questo parliamo.

L’ essere che è il palcoscenico su cui danzano tutte le cose mortali, che in esso si dissolvono e che da esso nascono. L’ essere, la natura, la physis, quello che volete, insomma.

Perché l’ essere è, il non essere non è, ve lo ricordate, no ? E allora, se l’ essere fosse stato creato, si sarebbe dato un tempo in cui l’ essere non era. Non è una bella contraddizione ?

Ma perché dovete sempre tirare in ballo questa storia della creazione e del creatore ? Possibile che buddhisti e confuciani la sappiano più lunga di voi ? Ma io lo capisco, da dove viene questa smania. Siete creature irreversibili, soggette alle leggi dell’ entropia, siete strutture dissipative, se vogliamo essere scientificamente precisi, e dunque vi siete convinti che tutto ciò che vi circonda funzioni come voi. Ma non è così.

Il mondo dell’ essere, cioè il mondo della physis, cioè la fisica, è un mondo molto più esatto di voi. È un mondo matematico in cui i termini delle equazioni si possono sempre invertire senza difficoltà. Siete voi che andate da una parte sola.

È questione di logica, insomma, logica che viene da logos, che vuol dire raccogliere, collezionare. Come quando si raccolgono i fiori su un prato, insomma. Ma quando raccogliete i fiori su un prato, chissà se ci avete mai pensato, ma quando lo fate, ditemi, la logica ce la mettete voi nel raccogliere, oppure sta già lì, nei fiori che si distinguono dall’ erba, pre-scelti proprio in quanto fiori ? Domanda piuttosto interessante, non vi pare ? Imponete il vostro logos nel raccogliere i fiori o ascoltate un logos che era già lì, nella natura ?

E se non ci fosse differenza fra le due cose ? Il logos è in voi ed il logos è anche nella physis, nella natura, ed è lo stesso logos. C’è disciplina più strettamente legata alla logica/logos della fisica/physis ?

La natura, fatta di materia ed energia. Anzi, di materia ovvero energia. La materia è energia, l’ energia materia, ed entrambe sono la physis, la natura, l’ essere eterno, quello che è e non può non essere.

Forza che vi manca solo un piccolo passo, ormai. Un ultimo, piccolo indizio e ci siete.

Liberati dagli errori di traduzione che si sono perpetuati nei secoli, liberati dalle interpretazioni riduttive al limite del’ ignoranza, lasciate che il logos respiri in tutta la sua grandezza.

In principio era il logos, ed il logos si rivolgeva a me, ed il logos ero io.

Io la physis, io la Natura, io il vostro principio.

Parmenide e i primati

Se la storia della filosofia potesse essere paragonata alla storia del genere umano, la comparsa del pensiero del “venerando” e “terribile” Parmenide potrebbe corrispondere al momento in cui lo scimpanzé è appena riuscito a staccare le mani dal terreno: non le usa più per camminare e si rende conto che con quelle mani può fare ben altro; certo non cammina ancora in posizione eretta ma quello scimpanzé non ha più lo sguardo rivolto solo verso il basso, staccando le mani da terra alza gli occhi e può allargare il proprio orizzonte.E così con Parmenide il pensiero non si limita più ad essere funzionale alla spiegazione della physis, ma per la prima volta se ne distacca, si rende autonomo e può correre la propria via: quella della persuasione che porta alla ben rotonda verità “non nascosta” (aletheia) cui si oppone senza alcuna possibile mediazione l’opinione (doxa).

Sentenzia la dea al cui cospetto è portato Parmenide: “fa’ tesoro del detto, quelle che sono le sole due vie di ricerca pensabili: l’una come  è, e come impossibile sia che non sia, di persuasione è la strada, ché a verità s’accompagna, l’altra come non è, come sia necessario non sia, che ti dichiaro sentiero del tutto estraneo al sapere”. E cosi Parmenide dà espressione al principio di identità e di non contraddizione, ragiona sull’ essere mettendo a tema l’ontologia per la prima volta nella storia della filosofia, ontologia piegata alla leggi della logica e del pensiero per approdare alla perfetta identità di pensiero, essere e linguaggio. I grandi del pensiero classico, Platone e Aristotele, riconoscono la grandezza di Parmenide e ne accolgono anche la sfida che egli consegna alla filosofia di fronte alla necessità ineludibile di spiegare la realtà sensibile e molteplice. Aristotele in particolare, filosofo innamorato della realtà e del mondo in cui viviamo, scrive, con una durezza che non gli è abituale: “A livello di discorso, queste affermazioni [di Parmenide] sembrano quadrare, ma, a livello di realtà, pensare così sembra prossimo alla follia”. Io che tanto amo Aristotele per una volta vorrei, non certo contraddirlo, ma accogliere nel mio pensiero una possibile e diversa lettura per non ridurre Parmenide alla sola forza della logica e del pensiero che guarda se stesso e se stesso ritrova.

Semplicemente vorrei riproporre il tentativo di ricondurre Parmenide al proprio tempo, proposta questa presentata da Giovanni Cerri in una bella introduzione all’edizione BUR del poema di Parmenide. La Grecia di Parmenide è infatti la Grecia in cui non solo compaiono i primi filosofi, ma anche operano i primi scienziati che si rivolgono al reale cercando in esso progressive identità aprendo quindi un vero e proprio programma di ricerca. Talete, è vero, è noto come il filosofo dell’acqua ma è anche un filosofo dall’approccio scientifico che scopre come la luce lunare sia il riflesso di quella del sole; Anassimene scopre che l’arcobaleno è un’illusione ottica; Eraclito sentenzia che giorno e notte sono la stessa cosa perché aspetti di un unico fenomeno che si snoda lungo il percorso del sole in cui si manifestano diverse gradazioni di luce; Parmenide infine ribadisce l’identità tra la luce del sole e della luna e scopre l’identità tra la stella della sera e del mattino. Ecco quindi trovate delle identità ed espresse delle equazioni: la luce della luna è (è uguale a) la luce del sole, la stella del mattino è (è uguale a) la stella della sera.

Senza nulla togliere alla potenza logica del discorso di Parmenide allora forse la “via che è” svela anche un proprio senso più profondo: essa è la via di un programma di ricerca che rintraccia nel reale progressive relazioni e identità senza arrestarsi alla mera registrazione dei fenomeni tra loro svincolati; essa ci induce allo sforzo di non fermarci all’apparenza delle cose per cui i fenomeni restano isolati tra loro, semplicemente registrati con un nome; essa ci dice della possibilità di ricondurre ciò che sembra distinto ad un’unità sistematica che certo resterà incompiuta ma che comunque progredisce col progredire della ricerca scientifica. Diversamente, come riconosce Parmenide nel frammento 6 “torna all’indietro il cammino di tutte le cose”. Sembra allora così prendere senso la pertinenza della terza via di Parmenide come via di un giudizio critico sul reale e trova anche il proprio perché la seconda parte del poema senza ridursi a mera aporia interna o parodia delle teorie cosmologiche che Parmenide passerebbe in rassegna. La seconda parte del poema in quest’ottica costituirebbe piuttosto un “sistema in tutto plausibile” in cui appunto i fenomeni non sono più distinti e isolati, ma riordinati in un costrutto armonioso (quasi un kosmos – termine utilizzato nel frammento 7/8 – portato a livello di discorso) per quanto esso sia sempre inadeguato a rispecchiare il vero essere, restando quindi comunque “ingannevole”.

Le mani dello scimpanzé si staccano da terra, il pensiero trova la propria autonomia e si scopre esso stesso capace di raggiungere, accogliere ed esprimere la verità; il pensiero si trova sgomento di fronte alle leggi proprie e della verità, quasi impaurito dalla propria audacia, si stacca ma non abbandona definitivamente il reale, ad esso comunque sa ritornare, pur nella sua autonomia, per interrogarlo e riportarlo ad un senso che è quello dell’unità dell’essere e del pensiero stesso.

Anassimandro e il mare

“Là da dove le cose hanno il loro nascimento, debbono anche andare a finire, secondo la necessità. Esse debbono infatti fare ammenda ed esser giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo”.

Così recita il detto di Anassimandro che Heidegger definisce la più antica parola del pensiero occidentale. Si tratta di un frammento breve, eppure quale intensità in queste due righe che si dispiega come una collana di perle man mano che le parole seguono una dopo l’altra. Si tratta anche di un frammento di cui sono state proposte innumerevoli traduzioni dalle diverse sfumature e su cui sono state scritte pagine e pagine di critica. Sul senso generale del detto il frammento è abbastanza chiaro: tutte le cose nascono e proprio da dove nascono devono anche ritornare e dissolversi per necessità poiché la loro nascita segna un’ingiustizia e tale ingiustizia deve essere da loro pagata, così si definisce un procedere ciclico, un tempo quindi. E’ nozione poi da manuale di storia della filosofia individuare nell’ infinito e nell’ illimitato – l’ apeiron- l’origine di tutte le cose cui poi le cose ritornano: è questo l’ arché secondo Anassimandro.

Non si vuole qui parlare nuovamente del detto di Anassimandro per il suo rilievo filosofico, né se ne vuole sottolineare la bellezza che comunque si mostra da sé; piuttosto lo si vuole ricordare per un insegnamento che ci dà, un insegnamento sull’ uomo tanto vero quanto attuale. Ci porta a questo insegnamento la lettura attenta dello sforzo che fa Heidegger nel cercare una traduzione del frammento che ne colga la parola ed è impressionante quanta verità di una cosa possa emergere da un’operazione linguistica che oggi ci sembra così scontata e immediata.

Mentre leggiamo Heidegger che ci spiega Anassimandro proviamo ad immaginare il mare, nella sua totalità: un’immensità distesa e indistinta se guardata a colpo d’occhio perché indistinte ci risultano le parti che la compongono e indistinti anche i confini. Il mare quindi, la totalità delle cose ancora nell’indistinto: l’apeiron. Immaginiamo poi che il mare ci offra al nostro sguardo un’increspatura, l’affiorare di un ramo d’albero, il depositarsi di una conchiglia. Sono suoi doni e al contempo elementi, ancor di più sono modi di manifestarsi del mare. Dunque il mare ora non è colto più in un unico sguardo, ma attraverso suoi dettagli: lo sguardo si concentra sul particolare, lo coglie e nel coglierlo perde di vista la totalità che quindi si ritrae, si nasconde. E’ a questo punto che affiora la minaccia dell’ingiustizia: essa si nasconde dietro la volontà intrinseca al particolare di permanere, di affermare quindi se stesso dimenticandosi di essere ciò che invece semplicemente è, e cioè una porzione della totalità, un momento di tutto il movimento del mare. Per questo il particolare deve fare ammenda e trovare la propria distruzione, proprio per fare memoria a se stesso e agli altri particolari di ciò che esso è: un momento del tutto che ingiustamente vorrebbe affermarsi come totalità.

E così è la vita in cui gli uomini fanno da comparse rispetto alla quale forse devono sempre ricordare a loro stessi e agli altri come siano semplici viandanti di passaggio guardandosi quindi dal volere permanere con arroganza. E perché debba essere così lo dice la necessità che governa la vita stessa, la vita che non si offre nella sua totalità indistinta, ma attraverso le singole esistenze di ognuno di noi. Appare ora illuminante l’intuizione di Heidegger nel tradurre il “fio” (tisis) del detto con “stima” o “riguardo” quasi a voler dire che la pena da pagare non è altro se non il far memoria e mostrare a se stessi e agli altri ciò che si è (semplici particolari) per lasciare essere, per dare soddisfazione anche all’ essere dell’altro. La necessità quindi sarebbe piuttosto una cura di badare che noi e gli altri siano nel proprio essere, abbattendo quindi la volontà di permanenza e l’arroganza. Questa quindi la necessità, la cura di mantenere la totalità della vita attraverso il rimettere le singole cose, le singole realtà, i singoli individui nei loro limiti. Se torniamo all’ apeiron di Anassimandro sembra quasi di avere a che fare con un gioco di parole: dall’ illimitato si mostrano le singolarità proprio perché attraverso esse l’illimitato ha espressione e l’illimitato stesso per mantenersi riporta poi le singolarità nei loro limiti (le dissolve quindi) per impedire che le singolarità si impongano con arroganza come esse stesse illimitate. Così la vita si dispiega negli uomini e la vita stessa, per mantenersi tale, abbatte l’arroganza dei singoli individui qualora non siano essi stessi a far memoria di ciò che sono e del posto che occupano nel tutto.  Così Heidegger traduce il fare ammenda e l’esser giudicate delle cose per la loro ingiustizia con “essi lasciano infatti appartenere l’accordo e quindi anche la cura riguardosa dell’uno per l’altro nella risoluzione del disaccordo”. Questa è la necessità, il mantenimento.

(P.S. grazie a tutta la classe III scientifico dell’Istituto Vittoria Colonna per il far filosofia insieme)